Leonardo da Vinci: Uomo Vitruviano, disengo su carta, 1490.

Un  contemporaneo fraintendimento, tutto italiano, ha fatto della parola “arte” un’appendice velleitaria e risibile delle nostre vite. Tale mistificazione è semplicemente dettata dall’ignoranza, dall’ignoranza più grave e moralmente più pericolosa,l’ignoranza della storia. La storia italiana è storia di intelligenze individuali, di geni granitici ed altissimi, di progetti monumentali il cui motore è stato un profondo e radicato senso civico. Scambiando l’arte come passatempo del dopo lavoro, o come arredamento di lusso per le dimore borghesi, abbiamo dimenticato la grande lezione che il Rinascimento italiano ha impartito alla civiltà occidentale.

  Il recupero dell’antica progettualità teorico tecnica iniziata con Leon Battisti Alberti (1404 – 1472) , e proseguita senza soluzioni di continuità da tutti gli artisti-trattatisti del Quattro e Cinquecento fino all’età barocca, dischiuse all’uomo rinascimentale le possibilità della ragione come guida della vita quotidiana delle  comunità nei turbolenti comuni e delle corti italiane. Il sintomo principale di questa visione razionale e concretissima dell’agire umano fu l’ossessione degli artisti per il disegno. Oltre che pratica obbligatoria dell’apprendistato “a bottega”, il disegno era considerato la matrice iniziale di ogni progetto, la solida struttura di ogni iniziativa, la  diretta manifestazione del pensiero e dei suoi tentativi di esplicarsi. Più potente della scrittura, poiché in pochi tratti tracciava ciò che necessitava moltissime righe, il disegno è stato il padre dell’architettura della pittura e della scultura rinascimentale, oltre che di tutte le “arti minori”.  Il disegno contiene in se tutte le difficoltà, le  possibilità, gli interrogativi e le funzioni del “progetto” come dispositivo programmatico dell’azione. L’Umanesimo, valore universale abbassato dall’istruzione ignorante a nozione didattica,  considerò la natura come maestra e lo studio e l’osservazione di quella come scuola preliminare ad ogni iniziativa. L’opera d’arte, l’architettura,  la città, il governo, esercito etc. venivano considerate come organismi, la cui proporzione doveva rispondere a criteri razionali secondo precise leggi matematiche e geometriche.

Tutto questo che a noi pare come scontato, ed ormai del tutto insito negli strumenti e nei prodotti della società post industriale, in realtà ben lontano dall’aver attecchito laddove gli umanisti lo desideravano più fortemente: nella vita dei cittadini.  Nello spirito degli intellettuali e degli artisti rinascimentali, ma anche nei rappresentanti delle istituzioni,  transitò la funzione pubblica dell’arte così come l’avevano intesa i romani ed i greci: espressione di valori e sentimenti comuni, godimento della comunità. Questo pensiero aveva però una ragione politica specifica. L’etica politica della Roma repubblica, ed ancor più dell’Atene democratica, obbligava lo stato a spendere per la cosa pubblica tutto ciò che le guerre e le conquiste avevano prodotto.   Il nostro welfare state ha bypassato questa funzione estetica nella convinzione che i prodotti del benessere potessero autonomamente soddisfare le pulsioni individuali e spirituali, secondarie appendici della vita civile di una nazione. Ora che questo organismo disarmonico e menomato dalla brutalità e dalla pochezza improvvisata di governanti nemici del bene comune  è divenuto orribile e non più sopportabile, dobbiamo chiederci se non sia necessario un ritorno al progetto,  laddove le nostre vite possano spiegarsi e costruirsi con razionalità e disciplina verso un senso umano finalmente universale ed organico. Quali gli strumenti ed i mezzi. Gli artisti, gli intellettuali e gli uomini attivi sono chiamati a rispondere.